In breve
- Il problema che ti tiene sveglio stanotte, spesso, tra un anno pesa molto meno. La battuta d'arresto non ti definisce.
- Non puoi controllare tutto, e va bene così: la pace arriva quando smetti di lottare contro ciò che non dipende da te e ti concentri su ciò che dipende.
- Davanti a una difficoltà, cambia la domanda: non «perché capita a me?» ma «cosa posso imparare da questo?». È lì che il dolore può diventare crescita.
Ci sono periodi in cui ogni giorno porta una lotta da affrontare o un nodo da sciogliere. Ci siamo passati tutti.
La buona notizia è che la battuta d'arresto della settimana scorsa, di ieri, dell'anno scorso, non ti definisce. Spesso, tra un anno, il problema che oggi ti toglie il sonno pesa molto meno. Difficile crederci quando ci sei dentro, lo so: ma è proprio quando sei immerso nella difficoltà che vale la pena fare un passo indietro e guardare lontano.
Invece di vedere i problemi come ostacoli che ingombrano la strada, prova a vederli come gradini da salire. Un piede davanti all'altro, e sali più in alto verso ciò che conta. Vedo come.
Perché il dolore può essere un segnale di crescita
Pensa a un allenamento in palestra: lo sforzo fa male sul momento, ma è proprio quel disagio a costruire muscolo e forza. Le difficoltà funzionano allo stesso modo. Sul momento bruciano; col tempo, possono renderti più solido.
Non è solo una metafora motivazionale. Gli psicologi hanno un nome per questo fenomeno, la crescita post-traumatica (Tedeschi e Calhoun, 2004): il cambiamento positivo che alcune persone sperimentano dopo aver attraversato una crisi, come relazioni più profonde, priorità più chiare, una nuova forza che non sapevano di avere. Non capita automaticamente, e non rende il dolore «buono»: ma ci dice che dalla difficoltà può nascere qualcosa, se la attraversi nel modo giusto.
Accetta che non puoi controllare tutto
Nessuno di noi è fatto per stare a proprio agio con l'incertezza. Siamo portati verso l'ordine, la struttura, il controllo: sentiamo il bisogno di tenere in mano ogni situazione. Ed è proprio quel bisogno a farci soffrire di più quando le cose sfuggono.
Avendo vissuto la mia buona dose di momenti difficili, ho imparato una cosa: devi accettare che non puoi sempre avere il controllo. È la stessa intuizione al cuore dello stoicismo: Epitteto, nell'Enchiridion, insegnava a distinguere ciò che dipende da noi (i nostri pensieri, le nostre azioni) da ciò che non dipende, e a smettere di tormentarci per il secondo. Quando fai questa pace, la frustrazione non smorza più la tua determinazione: l'energia che sprecavi a lottare contro l'inevitabile torna a tua disposizione.
Guarda fuori da te (non sei un supereroe)
Guardarsi dentro per trovare risposte è prezioso. Ma non è l'unica strada, e a volte da soli si gira in tondo. Aprirti agli affetti, alle persone di cui ti fidi, può portarti a soluzioni che da solo non avresti mai considerato.
Nel corso della vita ho imparato che non c'è nulla di cui vergognarsi nell'essere trasparenti, e anche vulnerabili. Non devi risolvere ogni problema da solo: non è un esame di forza. La prossima volta che senti di aver sbattuto contro un muro, invece di crollare, premi pausa. Non gettarti subito a fondo nel problema: cerca un consiglio, un punto di vista esterno, dalla tua cerchia di fiducia. È un cambio di mentalità che richiede pratica, ma può cambiare molto.
Trasforma il problema in una domanda diversa
Quando una difficoltà arriva (e arriverà, è inevitabile), il tuo primo pensiero può fare la differenza. Invece di «perché capita proprio a me?», prova con: «Ecco un'occasione di crescita. Cosa posso imparare da questo?».
Sembra un dettaglio, ma è il fulcro di tutto. Il modo in cui leggiamo le cose conta molto. Come scrive Shakespeare nell'Amleto (atto II, scena 2): «non c'è nulla di buono o cattivo: è il pensiero che lo rende tale». La realtà è neutra; siamo noi a darle un significato. E se è il pensiero a guidare le azioni, allora coltivare uno sguardo più lucido: magari mettendo nero su bianco i pensieri in un diario. Non è ingenuità: può essere una strategia.
Non sei una vittima delle tue circostanze
Restare ottimisti non è sempre facile. Tante persone sentono di non avere potere sulla propria vita e finiscono per sentirsi vittime delle circostanze: amareggiate, risentite, pronte a incolpare gli altri. Incolpare è facile: assumersi la responsabilità delle proprie scelte lo è molto meno.
Ma è lì la chiave. Chi crede che la propria vita dipenda soprattutto dalle proprie scelte ha quello che la psicologia chiama locus of control interno, concetto introdotto da Julian Rotter nel 1966: tende ad affrontare le difficoltà in modo più attivo. Puoi scegliere il tipo di vita che vuoi e ritagliartela. Serve ritagliarsi del tempo lontano dal rumore, stare un po' in silenzio con te stesso per rivalutare le priorità. E poi, ogni giorno, lavorare per diventare la persona che vuoi essere: un po' migliore di ieri. È così che si attraversano i momenti difficili: non evitandoli, ma uscendone trasformati.
Domande frequenti
I momenti difficili passano, tu resti
Le prove di oggi, col tempo, spesso sbiadiscono. Quello che resta sei tu: e la versione di te che sarai dipende molto da come scegli di attraversare questi giorni. Non da supereroe che non sente la fatica, ma da persona che la fatica la usa.
Quando ti senti sopraffatto, parti da qui: accetta ciò che non controlli, chiedi aiuto, e chiediti cosa puoi imparare. Se vuoi andare più a fondo, leggi anche come affrontare le difficoltà della vita e come lasciare andare il passato. Un giorno alla volta, un gradino alla volta.