The Social Dilemma: il lato oscuro dei social spiegato da chi li ha creati

Il documentario Netflix raccontato da chi i social li ha costruiti: come sono progettati per catturare la tua attenzione, perché danno dipendenza e come riprendere il controllo.

Pluviometro mezzo pieno che riflette il cielo, su una scrivania di legno consumata, dopo la pioggia, the social dilemma

In breve

  • The Social Dilemma (Netflix, 2020) raccoglie le voci di chi ha costruito i social: da Tristan Harris a Justin Rosenstein, tra gli ideatori del pulsante \"like\", per spiegare come quei prodotti siano progettati per catturare la tua attenzione.
  • Il meccanismo è doppio: il capitalismo della sorveglianza (i tuoi dati diventano profitto) e il rinforzo intermittente che rende le notifiche simili a una slot machine.
  • Non è un invito a demonizzare la tecnologia, ma a usarla con consapevolezza: poche regole concrete bastano a riprendere il controllo.

Il documentario Netflix The Social Dilemma, uscito nel 2020, non è il solito allarme generico sui social. La sua forza sta in chi parla: ex dirigenti e ingegneri di Google, Facebook, Instagram e Twitter. Sono le stesse persone che quei prodotti li hanno disegnati. E il loro messaggio è inquietante proprio perché viene dall'interno.

Siamo le cavie di un esperimento di cui non sappiamo nulla

Come spiega Tristan Harris, ex \"design ethicist\" di Google e cofondatore del Center for Humane Technology, i social media non sono strumenti neutri in attesa di essere usati. Hanno obiettivi propri: tenerti incollato allo schermo, e li perseguono usando la tua psicologia.

È un'idea scomoda soprattutto per chi, come probabilmente te, si considera un utente \"consapevole\". Ma quando un sistema è progettato da migliaia di persone per massimizzare il tempo che ci passi, la tua forza di volontà parte svantaggiata.

Il capitalismo della sorveglianza non è fantascienza

Hai presente quando parli di qualcosa e poco dopo ti ritrovi pubblicità a tema? Non serve immaginare microfoni nascosti: spesso basta la mole di dati che le piattaforme già possiedono per prevedere i tuoi interessi. È il cuore di ciò che la studiosa Shoshana Zuboff chiama capitalismo della sorveglianza: un sistema che trasforma le nostre esperienze in dati, e i dati in profitto.

Quando scorri il feed non vedi semplicemente ciò che i tuoi amici condividono: vedi ciò che un algoritmo ha deciso che ti terrà lì più a lungo. Ogni secondo in più è un'occasione per raccogliere altri dati: quanto ti fermi su un post, su cosa rallenti, in quali momenti sei più attivo, con quali emozioni reagisci. Da questi segnali nasce un modello predittivo del tuo comportamento sempre più accurato.

Il prezzo non è solo la privacy. In gioco c'è qualcosa di più sottile: la tua autonomia decisionale. Più un sistema sa anticipare e orientare le tue scelte, meno quelle scelte sono davvero libere.

La crisi silenziosa della salute mentale

Una delle parti più dure del documentario riguarda gli adolescenti. Il documentario sostiene che, negli Stati Uniti, gli indicatori di ansia, depressione e autolesionismo tra i più giovani siano peggiorati in modo marcato a partire dai primi anni 2010, in coincidenza con la diffusione capillare degli smartphone e dei social. Anche i dati del sondaggio YRBS dei Centers for Disease Control and Prevention mostrano un peggioramento tra il 2011 e il 2021. È una correlazione su cui ricercatori come Jonathan Haidt e Jean Twenge continuano a discutere, ma il segnale è abbastanza forte da non poter essere ignorato.

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