Ho ritrovato un vecchio mio articolo che riportava uno stralcio di un’intervista a Paolo Virzì, apparsa su “Il Mascalzone“, in cui il regista parlava del suo film Tutta la vita davanti, che parlava del precariato.

Cosa lo rende ancora attuale? Italia 2019: siamo in pieno decreto dignità con un dibattito politico incentrato sulla demonizzazione della buona precarietà. Si è parlato di agenzie per il lavoro come dei nuovi caporali.

La trama: dopo una brillante laurea in filosofia teoretica, Marta riesce a trovare lavoro soltanto come telefonista nel call center di un’azienda che commercializza elettrodomestici. Entra così in un mondo di giovani lavoratori a progetto, plagiati e invasati, scientificamente motivati al profitto aziendale. Dopo un tiepido entusiasmo iniziale, si rende conto dell’abuso a cui viene sottoposta e dalla sua segreta testimonianza prenderà vita un’iniziativa di denuncia. Questa in breve la trama di “Tutta la vita davanti”, ottavo film di Paolo Virzì.

Dice Virzì: E’ questa la realtà purtroppo. Il film vuole essere un’occasione per raccontare lo spirito del nostro tempo, con uno sguardo curioso verso quelle aziende un po’ furfanti cresciute negli interstizi delle nuove leggi che consentono i contratti a progetto e quindi l’attività lavorativa precaria di tanti ragazzi e ragazze. Sembra proprio che oggi la nuova imprenditoria si limiti a quella furfante alla Claudio (l’imprenditore del film). Noi raccontiamo le peripezie di una ragazza colta in questo mondo per lei sconosciuto, popolato di ragazzi ignari che ogni mattina si mettono in moto per andare a conquistare la loro manciata di euro, nutriti dalla sottocultura pop di origine televisiva che sembra essere diventata l’estetica e anche l’etica di questi nuovi luoghi di lavoro. 

Per rappresentare il precariato avete scelto un tipo di azienda all’americana. Come siete arrivati a una scelta di questo tipo?

Ci stava molto a cuore il problema e ci siamo dedicati alla ricerca di casi umani, letteralmente. Ci siamo resi conto dell’esistenza di una società bloccata, chiusa, e abbiamo trovato ispirazione nel reportage di Michela Murgia, una giovane scrittrice sarda che ha davvero fatto la telefonista in un’azienda che commercializzava aspirapolvere. Il suo libro, “Il mondo deve sapere”, è stato prezioso perché ci ha trasmesso il desiderio di guardare a questa realtà con l’occhio curioso di una ragazza intelligente e colta. Questi call center possono essere davvero così penosi, specie quelli col metodo outbound, quelli cioè in cui i telefonisti non ricevono le telefonate ma le fanno. Vengono plagiati, si sentono dei manager, ma sono soltanto dei piazzisti. Ci stava molto a cuore il problema e ci siamo dedicati alla ricerca di casi umani, letteralmente. Ci siamo resi conto dell’esistenza di una società bloccata, chiusa, e abbiamo trovato ispirazione nel reportage di Michela Murgia, una giovane scrittrice sarda che ha davvero fatto la telefonista in un’azienda che commercializzava aspirapolvere. Il suo libro, “Il mondo deve sapere”, è stato prezioso perché ci ha trasmesso il desiderio di guardare a questa realtà con l’occhio curioso di una ragazza intelligente e colta. Questi call center possono essere davvero così penosi, specie quelli col metodo outbound, quelli cioè in cui i telefonisti non ricevono le telefonate ma le fanno. Vengono plagiati, si sentono dei manager, ma sono soltanto dei piazzisti.

Mi è proprio scappato un sorriso amaro: sono passati 11 anni dal film ed è cambiato davvero poco nel mondo del lavoro di oggi. Complice una classe politica impreparata, demagogica e populista.

Non è esente da colpe il settore privato dell’intermediazione fra domanda ed offerta di lavoro che è stato incapace di comunicare all’esterno quando di buon ha fatto in questi anni, ricollocando a tempo indeterminato milioni di persone.

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